..”Ciò che distingue gli uomini dai computer per quanto progettati in modo intelligente, non è un’anima astratta, universale, immateriale ma un corpo concreto, specifico, materiale. I calcolatori non sono “in situazione” e non hanno un corpo mentre l’intelligenza degli esseri umani è sempre in situazione ed è condizionata dal fatto che gli uomini hanno un corpo e vivono in un contesto, fatto di culture, credenze, azioni.  Noi siamo immersi dentro il nostro mondo, siamo parte di questo mondo, nessuno di noi è concepibile se non come interazione di noi con la nostra famiglia, la nostra lingua. C’è qualcosa nella nostra intelligenza  su cui si fonda la nostra capacità di conoscere che non è riducibile a “bit” di informazione. Studiare in profondità il funzionamento del cervello non vuole dire studiare l’integrità dell’ esperienza umana”  lo dice il neurologo Mauro Ceroni in una sua lezione del dicembre 2016,  e io lo condivido osservandolo continuamente da ciò che studiamo  al Centro Ricerche sul Coma sui nostri pazienti con disordini della coscienza.

Se è vero come è vero che ogni nostro atto, ogni nostra azione ha un substrato neurofisiologico, ciò non vuol dire che noi siamo riconducibili esclusivamente al nostro funzionamento neurofisiologico. Studiare la coscienza vuol dire studiare la complessità dell’uomo, del suo cervello e del suo funzionamento.